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La potente lettera di una ragazza al suo stupratore

valentina ruggiu
Former Stanford student Brock Turner who was sentenced to six months in county jail for the sexual assault of an unconscious and intoxicated woman is shown in this Santa Clara County Sheriff's booking photo taken January 18, 2015, and received June 7, 2016. Santa Clara County Sheriff's Department/Handout via REUTERS ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. EDITORIAL USE ONLY
Lo sguardo di Brock Turner
zoom

Il 17 gennaio del 2015 Brock Turner ha violentato una ragazza dietro un cassonetto del campus di Stanford, una delle università più prestigiose d’America. Un anno dopo il 20enne è stato condannato a sei mesi di carcere. Una sentenza clemente per un gesto disumano. Ma secondo il giudice lo studente “ha mostrato reali segni di pentimento”. E “pur comprendendo il dolore della ragazza”, infliggergli una pena maggiore avrebbe avuto “un severo impatto” sulla sua carriera da nuotatore. Così il carnefice è stato trasformato in vittima e il padre, Dan Turner, ha addirittura commentato: “E’ un prezzo troppo alto per soli 20 minuti di azione”. Con una deposizione agli atti del giudice minimizza l’azione del figlio e lo difende:

Brock non potrà più riavere la sua serenità. Ogni minuto che passa il pentimento, l’ansia, la paura e la depressione lo consumano. Mangia pochissimo, quanto basta per sopravvivere. La sua vita non sarà più quella che sognava. E’ un prezzo così grande da pagare per soli 20 minuti di azione in 20 anni e più di vita. Addosso avrà per sempre un’etichetta. Il carcere non è la giusta punizione. Non ha precedenti penali e non è mai stato violento con nessuno. 

Dentro l’aula Emily è stata lasciata sola. Ha tentato di difendersi con una lunga dichiarazione per smontare, uno dietro l’altro, gli elementi della difesa. Ma non essendo stata cosciente prima, durante e dopo la violenza, non può sostenere di non aver voluto quel rapporto sessuale. Magari lo voleva, ma non se lo ricorda. Così Brock l’ha fatta franca, ma fuori dal tribunale le parole di Emily hanno fatto il giro del mondo. La sua dichiarazione è stata trasformata in una lunga lettera in cui la storia comincia poche ore prima della festa, quando ancora Emily è a casa con la sorella e il papà. Emily spiega di aver cambiato programma all’ultimo momento, preferendo la compagnia della sorella alla televisione e ai libri. E così, insieme, sono andate al party. Un lungo vuoto e poi il risveglio in ospedale, quando ancora crede di essere soltanto caduta e di trovarsi nell’infermeria dell’università. Infine un foglio da firmare: deve dichiarare di essere stata “vittima di stupro”.

Dopo ore di esami mi hanno lasciata fare una doccia. Lì, in piedi sotto il getto dell’acqua, ho deciso che non volevo più il mio corpo. Mi terrorizzava, non sapevo cosa ci fosse entrato, se era stato contaminato, chi lo aveva toccato. Volevo “sfilarmelo” come si fa con un giacchetto e lasciarlo in ospedale con tutte le altre mie cose. Ad aspettarmi fuori c’era mia sorella. Ma non sono stata capace di dire niente né a lei, né al mio ragazzo o alla mia famiglia. Volevo rinnegare tutto, preferivo pensare che un incubo. Ma i pensieri erano troppo pesanti per riuscire a mandarli via e nel mio cassetto c’era la felpa che mi avevano dato gli infermieri in ospedale. Ho scoperto cosa mi era successo quando in ufficio ho trovato un articolo. C’era scritto che ero stata trovata priva di sensi, senza biancheria, rannicchiata in posizione fetale e con i vestiti sparsi in giro. Ho continuato a leggere e non mi scorderò mai quelle parole: secondo lui, l’uomo che mi aveva violentata, mi era piaciuto.



A volte penso che se non fossi andata a quella festa tutto questo non sarebbe successo. Ma poi mi ripeto che sarebbe accuduto ugualmente, sarebbe solo capitato a un’altra ragazza



La notte dopo avermi stuprata ha detto che non sapeva il mio nome, non ricordava la mia faccia e nemmeno se avevamo parlato. Quando gli hanno chiesto se aveva progettato di portarmi al suo dormitorio ha detto di no. Quando gli hanno chiesto come siamo finiti dietro a un cassonetto ha risposto che non lo sapeva. Ha ammesso di aver baciato altre ragazze quella sera, ma io ero l’antilope ferita del branco, completamente sola e vulnerabile, fisicamente incapace di badare a me stessa, e lui mi ha scelta. Nella nuova versione pare che io gli abbia detto tre sì prima di trovarmi nuda a terra: sì voglio ballare, sì  vengo in dormitorio con te, sì toccami pure. Hai detto che non ti sei reso conto che ero priva di sensi che altrimenti ti saresti fermato immediatamente. Ma io so che non lo avresti fatto. Se non fosse stato per i due ragazzi in bici che sono intervenuti chissà dove sarei ora. Hai detto che mi avresti aiutata. E cosa avresti fatto? Mi avresti rimesso addosso la biancheria? Avresti richiuso le mie gambe? Mi avresti coperta? Per sostenere la tua tesi sei arrivato a dire che ho avuto uno orgasmo dopo un minuto. Come se mi fosse piaciuto. Ma i medici dentro di me hanno trovato abrasioni, lacerazioni, sporcizia. Tu sei colpevole. Comincia ad assumerti le tue responsabilità.



Dai la colpa all’alcool, ma un abuso sessuale non dipende dall’alcool. E questa non è la storia dell’ennesimo studente del college ubriaco che ha preso una decisione sbagliata. Violentare non è un incidente.  La condanna a un anno di carcere è una gentile pausa dalla vita, una presa in giro. Un insulto a me e a tutte le donne



Le pene per un reato di violenza sessuale dovrebbero essere così severe da far paura alla gente. E il fatto che tu appartenga a un’importante università non dovrebbe assicurarti il diritto alla clemenza, ma essere un motivo in più per far capire a tutti che, a prescindere dalla classe sociale, chi stupra deve essere punito. Eppure hanno considerato il mio caso meno serio degli altri. E Al processo mi sono ritrovata a rispondere a domande programmate per abbattermi, per dimostrare che ero fuori di testa, un’alcolizzata che voleva rimorchiarsi un atleta. Dopo l’attacco fisico, anche quello verbale. (A seguire potete leggere le domande rivolte a Emily dagli avvocati di Brock durante il processo)



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(…)Hai detto che vuoi mostrare alle persone che una notte passata a bere può rovinare una vita. Lascia che ti corregga, il bere ha rovinato due vite: la mia e la tua. Tu sei la causa, io l’effetto. Tu non sei una vittima, tu mi hai reso una vittima. Sui giornali sono “la ragazza intossicata e incosciente”, una manciata di sillabe e nulla più. Per un momento ho creduto che fossi davvero solo quello. Ho dovuto sforzarmi per ricostruire la mia identità. Per capire che non sono solo la vittima sbronza di un festino, mentre tu saresti l’incarnazione dell’atleta americano, lo studente di un’università prestigiosa, uomo innocente fino a prova contraria. E’ imbarazzante quanto mi senta debole. Vivo sempre in guardia, guardandomi alle spalle, pronta a difendermi, pronta ad attaccare.



Devo imparare di nuovo che non sono fragile, che sono capace, non sono solo lividi e debolezza



Voglio ringraziare tutti. Soprattutto i due uomini che mi hanno salvata e che ancora devo incontrare. Dormo con due biciclette che ho disegnato sopra il letto per ricordare a me stessa che in questa storia ci sono degli eroi. E infine vorrei dire a tutte le donne che io sono con loro. Nelle notti in cui vi sentite sole, quando tutti dubitano di voi o vi abbandonano, io sono con voi. Ho lottato ogni giorno per voi. Perciò non smettere mai di combattere, io sto con voi. Tu sei importante, intoccabile, bella e devi essere rispettata e valorizzata in ogni minuto della tua vita. Sei forte e nessuno può portarti via il tuo spirito. Alle donne di tutto il mondo, sono con voi.

Sulla piattaforma Change.org è stata aperta una petizione per sollevare il giudice Aaron Persky dalla sua posizione. In soli due giorni ha raggiunto oltre 800mila firme, l’obiettivo finale è arrivare a un milione.


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